ROSHU KHA: IL SERIAL KILLER DELLE LAVORATRICI TESSILI IN BANGLADESH
Roshu Kha, conosciuto anche con il nome di Rasu Khan, è un criminale bengalese arrestato nel 2009 dopo essere stato collegato a una serie di omicidi di giovani donne. Le autorità gli attribuirono, sulla base delle sue confessioni, l’uccisione di almeno 11 donne, per la maggior parte lavoratrici del settore tessile. I delitti si sarebbero consumati principalmente tra il 2007 e il 2009 nel distretto di Chandpur, in Bangladesh.
LE PRIME INFORMAZIONI SU ROSHU KHA
Roshu Kha sarebbe nato nel 1976 o nel 1977 nel distretto di Chandpur. Suo padre, Abul Hossain, conosciuto anche come Monu Khan, era un lavoratore agricolo. Le informazioni disponibili sulla sua infanzia e sulla sua adolescenza sono limitate, mentre le cronache giudiziarie descrivono una progressiva trasformazione da piccolo criminale a responsabile di reati molto più gravi.
Secondo quanto avrebbe raccontato successivamente agli investigatori, durante la sua giovinezza Roshu Kha aveva avuto una relazione sentimentale che sarebbe terminata in modo traumatico. Egli sostenne che i familiari della ragazza lo avevano aggredito e che, in seguito a quell’esperienza, aveva sviluppato un forte desiderio di vendetta nei confronti delle donne. Questa spiegazione fu riportata dagli investigatori e dai pubblici ministeri, ma rappresenta la sua versione dei fatti e non costituisce una spiegazione oggettivamente verificata delle sue azioni.
LA STRATEGIA UTILIZZATA CON LE VITTIME
Secondo le confessioni attribuitegli, Roshu Kha avrebbe utilizzato un metodo basato principalmente sull’inganno e sulla conquista della fiducia. Avrebbe contattato donne giovani, spesso economicamente vulnerabili e impiegate nelle fabbriche di abbigliamento, presentandosi come un uomo interessato a una relazione sentimentale e, in alcuni casi, prospettando loro la possibilità di un matrimonio.
Dopo aver conquistato la loro fiducia, le avrebbe convinte a seguirlo in zone più isolate del distretto di Chandpur. Secondo gli investigatori, proprio l’isolamento avrebbe facilitato le aggressioni. Le vittime venivano quindi violentate e uccise e, in diversi casi, i corpi venivano abbandonati nei pressi di fiumi o canali.
Le autorità riferirono inoltre che sui corpi erano presenti segni di violenza particolarmente gravi. Il procuratore Mojibur Rahman dichiarò all’AFP che vi erano analogie tra diversi omicidi e che alcune vittime presentavano ferite e segni riconducibili alle aggressioni.
IL PRIMO OMICIDIO
Secondo la confessione di Roshu Kha, il primo omicidio sarebbe avvenuto nel 2007 e avrebbe avuto come vittima Rina, la moglie di suo cognato. L’uomo avrebbe attirato la donna in una zona di Bhatiyalpur, nel distretto di Chandpur, con un pretesto. Secondo il suo racconto, dopo averla aggredita sessualmente, l’avrebbe strangolata e avrebbe abbandonato il corpo nei pressi del fiume Dakatia.
Da quel momento, sempre secondo la confessione, avrebbe iniziato una serie di omicidi destinata a protrarsi per circa due anni.
SHAHIDA BEGUM
Uno dei casi per i quali Roshu Kha fu condannato riguardava Shahida Begum, una giovane lavoratrice del settore tessile di 19 anni, originaria del distretto di Khulna.
Le fonti riportano una differenza nella data dell’omicidio: alcune indicano il 18 agosto 2008, mentre gli atti e le cronache relativi alla sentenza del 2015 riportano il 17 dicembre 2008. Il dato giudiziario maggiormente ricorrente nelle cronache della sentenza indica il 17 dicembre 2008.
Secondo l’accusa, Roshu Kha avrebbe attirato Shahida con la promessa di un matrimonio. La giovane sarebbe stata aggredita sessualmente e successivamente uccisa. Il corpo venne ritrovato con mani e piedi legati nei pressi del fiume Dakatia.
Per questo omicidio, il 22 aprile 2015 il tribunale di Chandpur lo condannò alla pena di morte.
Roshu Kha sarebbe nato nel 1976 o nel 1977 nel distretto di Chandpur. Suo padre, Abul Hossain, conosciuto anche come Monu Khan, era un lavoratore agricolo. Le informazioni disponibili sulla sua infanzia e sulla sua adolescenza sono limitate, mentre le cronache giudiziarie descrivono una progressiva trasformazione da piccolo criminale a responsabile di reati molto più gravi.
Secondo quanto avrebbe raccontato successivamente agli investigatori, durante la sua giovinezza Roshu Kha aveva avuto una relazione sentimentale che sarebbe terminata in modo traumatico. Egli sostenne che i familiari della ragazza lo avevano aggredito e che, in seguito a quell’esperienza, aveva sviluppato un forte desiderio di vendetta nei confronti delle donne. Questa spiegazione fu riportata dagli investigatori e dai pubblici ministeri, ma rappresenta la sua versione dei fatti e non costituisce una spiegazione oggettivamente verificata delle sue azioni.
LA STRATEGIA UTILIZZATA CON LE VITTIME
Secondo le confessioni attribuitegli, Roshu Kha avrebbe utilizzato un metodo basato principalmente sull’inganno e sulla conquista della fiducia. Avrebbe contattato donne giovani, spesso economicamente vulnerabili e impiegate nelle fabbriche di abbigliamento, presentandosi come un uomo interessato a una relazione sentimentale e, in alcuni casi, prospettando loro la possibilità di un matrimonio.
Dopo aver conquistato la loro fiducia, le avrebbe convinte a seguirlo in zone più isolate del distretto di Chandpur. Secondo gli investigatori, proprio l’isolamento avrebbe facilitato le aggressioni. Le vittime venivano quindi violentate e uccise e, in diversi casi, i corpi venivano abbandonati nei pressi di fiumi o canali.
Le autorità riferirono inoltre che sui corpi erano presenti segni di violenza particolarmente gravi. Il procuratore Mojibur Rahman dichiarò all’AFP che vi erano analogie tra diversi omicidi e che alcune vittime presentavano ferite e segni riconducibili alle aggressioni.
IL PRIMO OMICIDIO
Secondo la confessione di Roshu Kha, il primo omicidio sarebbe avvenuto nel 2007 e avrebbe avuto come vittima Rina, la moglie di suo cognato. L’uomo avrebbe attirato la donna in una zona di Bhatiyalpur, nel distretto di Chandpur, con un pretesto. Secondo il suo racconto, dopo averla aggredita sessualmente, l’avrebbe strangolata e avrebbe abbandonato il corpo nei pressi del fiume Dakatia.
Da quel momento, sempre secondo la confessione, avrebbe iniziato una serie di omicidi destinata a protrarsi per circa due anni.
SHAHIDA BEGUM
Uno dei casi per i quali Roshu Kha fu condannato riguardava Shahida Begum, una giovane lavoratrice del settore tessile di 19 anni, originaria del distretto di Khulna.
Le fonti riportano una differenza nella data dell’omicidio: alcune indicano il 18 agosto 2008, mentre gli atti e le cronache relativi alla sentenza del 2015 riportano il 17 dicembre 2008. Il dato giudiziario maggiormente ricorrente nelle cronache della sentenza indica il 17 dicembre 2008.
Secondo l’accusa, Roshu Kha avrebbe attirato Shahida con la promessa di un matrimonio. La giovane sarebbe stata aggredita sessualmente e successivamente uccisa. Il corpo venne ritrovato con mani e piedi legati nei pressi del fiume Dakatia.
Per questo omicidio, il 22 aprile 2015 il tribunale di Chandpur lo condannò alla pena di morte.
La sentenza riguardava specificamente il caso Shahida e non costituiva una condanna automatica per tutti gli altri omicidi da lui confessati.
LA MORTE DI PARVIN E LA SVOLTA NELLE INDAGINI
Nel luglio 2009 venne ritrovato il corpo di una donna chiamata Parvin. Dopo il ritrovamento, un uomo telefonò alla polizia fornendo informazioni sull’accaduto e indicando inizialmente due persone come responsabili.
Gli investigatori arrestarono i due uomini indicati nella telefonata, ma gli accertamenti portarono a escludere il loro coinvolgimento. La polizia decise quindi di concentrarsi sul numero telefonico dal quale era partita la chiamata.
La SIM risultò collegata a un venditore che, interrogato dagli investigatori, raccontò di averla ottenuta da Roshu Kha. Questo elemento indirizzò le indagini verso di lui. Il 7 ottobre 2009 Roshu Kha venne arrestato a Tongi, nella zona di Gazipur.
Durante gli interrogatori, inizialmente rimase in silenzio. Successivamente, secondo la polizia, confessò l’omicidio di Parvin e iniziò a raccontare altri delitti.
LA CONFESSIONE DI UNDICI OMICIDI
Dopo l’arresto, Roshu Kha dichiarò agli investigatori di aver ucciso complessivamente 11 donne. Le vittime, secondo la sua confessione, erano per la maggior parte giovani lavoratrici del settore tessile, alcune delle quali provenienti dalle aree di Savar e Tongi. Le cronache riportano età comprese indicativamente tra l’adolescenza e i 35 anni, anche se molte vittime non furono identificate.
La sua confessione permise agli investigatori di collegare il suo nome a numerosi episodi che fino a quel momento erano rimasti separati e, in alcuni casi, senza un responsabile identificato.
È importante però precisare che non tutti gli 11 omicidi confessati portarono a una condanna definitiva. Un esempio significativo è quello di Poppy.
IL CASO POPPY
Nel febbraio 2009 la polizia recuperò il corpo di una giovane donna chiamata Poppy, trovato in un canale nella zona di Noyarhat.
Roshu Kha confessò inizialmente alla polizia di averla uccisa. Tuttavia, il procedimento giudiziario si concluse con la sua assoluzione da quelle accuse. Il tribunale ritenne quindi che non vi fossero elementi sufficienti per condannarlo per quel particolare omicidio.
Questo episodio è importante perché mostra la differenza tra una confessione e una condanna giudiziaria: il fatto che Roshu Kha abbia ammesso determinati omicidi non significa che ogni singolo episodio sia stato successivamente dimostrato in tribunale.
IL NUMERO 101
Uno degli aspetti più inquietanti emersi dalle dichiarazioni attribuite a Roshu Kha riguarda il numero di vittime che avrebbe voluto raggiungere.
Secondo i pubblici ministeri e le cronache dell’epoca, l’uomo avrebbe dichiarato di voler uccidere 101 donne. Una volta raggiunto quel numero, avrebbe interrotto gli omicidi e si sarebbe ritirato in un luogo religioso, vivendo come un asceta presso un santuario sufi.
Non è possibile stabilire quanto questo progetto fosse realmente concreto o quanto fosse invece una costruzione elaborata dall’uomo durante gli interrogatori. Rimane comunque uno degli elementi più citati nelle ricostruzioni del caso.
IL PROCESSO E LA CONDANNA
Il procedimento giudiziario contro Roshu Kha si sviluppò attraverso diversi processi relativi ai singoli episodi.
Il 22 aprile 2015 il tribunale di Chandpur lo condannò a morte per l’omicidio di Shahida Begum. Oltre alla condanna capitale, gli furono inflitte altre pene detentive e una multa nell’ambito dello stesso procedimento.
Nel marzo 2018 arrivò un’altra importante sentenza. Roshu Kha, suo nipote Zahirul Islam e un complice identificato come Yunus furono condannati a morte per l’omicidio di Parvin. Il tribunale ritenne i tre responsabili di quel delitto.
Roshu Kha presentò anche un ricorso contro la condanna a morte relativa al caso Shahida.
UN CASO ANCORA COMPLESSO
Il caso di Roshu Kha è particolarmente complesso perché una parte significativa delle informazioni sulla serie di omicidi deriva dalle sue stesse confessioni. Le autorità gli attribuirono 11 vittime, ma non tutte le accuse ebbero lo stesso esito nei tribunali.
Nel 2022, inoltre, Roshu Kha venne assolto in un procedimento relativo a un’accusa di sequestro di persona risalente al 2004. Questa assoluzione riguardava quel procedimento specifico e non cancellava le condanne ottenute nei casi di omicidio.
CONSIDERAZIONI FINALI
La vicenda di Roshu Kha rimane uno dei casi criminali più noti del Bangladesh. Secondo le confessioni raccolte dalla polizia, tra il 2007 e il 2009 avrebbe utilizzato relazioni sentimentali e promesse di matrimonio per avvicinare giovani donne, soprattutto lavoratrici del settore tessile, portandole in luoghi isolati dove le aggrediva e le uccideva.
Il caso mostra inoltre quanto sia importante distinguere tra confessione, accusa e responsabilità giudiziariamente accertata. Roshu Kha confessò 11 omicidi, ma non tutti gli episodi portarono a una condanna. Le sentenze relative a Shahida Begum e Parvin rappresentano invece procedimenti nei quali la responsabilità penale venne riconosciuta dai tribunali.
La sua storia viene ricordata soprattutto per il particolare schema con cui, secondo gli investigatori, riusciva ad avvicinare le vittime: conquistare la loro fiducia, promettere una relazione o un matrimonio e condurle lontano dai luoghi abitualmente frequentati. Un meccanismo che, unito alla vulnerabilità economica di molte delle vittime, avrebbe consentito alla serie di omicidi di proseguire per anni prima che gli investigatori riuscissero a identificarlo.
Fatemi sapere la vostra lasciando un commento.....elementare.
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