Antonio Mantovani: il “Mostro di Milano”


Antonio Mantovani è considerato uno dei più noti serial killer italiani degli anni Ottanta e Novanta. Soprannominato il “Mostro di Milano” o il “Sadico di Milano”, fu responsabile di almeno tre omicidi accertati e sospettato di un quarto. La sua vicenda criminale è particolarmente significativa per criminologi e studiosi del comportamento deviante perché evidenzia il fallimento dei processi di valutazione della pericolosità sociale e dei programmi di reinserimento concessi a soggetti con una lunga storia di violenza sessuale e aggressività.  

Biografia e infanzia
Antonio Mantovani nacque nel 1957 a Trevenzuolo, in provincia di Verona. La sua infanzia fu caratterizzata da una situazione familiare problematica. Secondo le ricostruzioni disponibili, il rapporto con la madre fu particolarmente difficile e il bambino venne affidato a un collegio già in tenera età. Diversi autori che hanno studiato il caso ritengono che questa esperienza abbia contribuito allo sviluppo di gravi problematiche emotive e relazionali.  
Fin dall’adolescenza manifestò comportamenti devianti e pulsioni sessuali aggressive. A soli quattordici anni fu coinvolto in un tentativo di aggressione sessuale ai danni di una bambina. Negli anni successivi accumulò precedenti per violenza, rapine e altri reati, mostrando una crescente incapacità di controllare gli impulsi.  

Il primo omicidio: Carla Zacchi
L’11 febbraio 1983 si consumò il primo omicidio attribuito a Mantovani.
La vittima era Carla Zacchi, ventiseienne e moglie di un amico dell’assassino. Secondo la ricostruzione investigativa, Mantovani attirò la donna fuori casa con un pretesto. Una volta rimasti soli, tentò un approccio sessuale che venne respinto.
Il rifiuto provocò una violenta reazione. Mantovani aggredì la donna, la picchiò brutalmente e infine la strangolò. Successivamente si disfò del corpo gettandolo in un canale nella zona di Lucino. Le indagini individuarono rapidamente in lui il principale sospettato grazie a testimonianze e indizi raccolti dagli investigatori.  
Nel 1985 venne condannato a oltre ventinove anni di reclusione.  
La semilibertà e il ritorno alla violenza
Uno degli aspetti più controversi del caso riguarda la concessione della semilibertà.
Durante gli anni trascorsi nel carcere di Opera, Mantovani riuscì a convincere parte degli specialisti e delle autorità penitenziarie di aver intrapreso un percorso di recupero. Le valutazioni psichiatriche espressero giudizi sufficientemente favorevoli da consentirgli, nel 1996, l’accesso alla semilibertà. Durante il giorno lavorava all’esterno, mentre la notte rientrava in carcere.  
Questa decisione si rivelò tragica.
Il caso Dora Vendola
Nel 1996 venne assassinata Dora Vendola, anch’essa detenuta in regime di semilibertà.
La donna fu trovata strangolata nella sua automobile.


Mantovani divenne immediatamente il principale sospettato, anche perché ammise di aver tentato un approccio sessuale nei suoi confronti e di essere stato respinto. Tuttavia, gli elementi raccolti non furono ritenuti sufficienti per una condanna definitiva e il caso rimase formalmente irrisolto.  
Molti investigatori considerarono comunque l’omicidio coerente con il modus operandi del serial killer.

Simona Carnevale: la vittima scomparsa
Il 7 marzo 1997 sparì Simona Carnevale, parrucchiera ventiseienne di Milano.
La giovane uscì dal lavoro e telefonò alla sorella comunicandole che sarebbe rientrata più tardi. Da quel momento non fu mai più vista viva.
Il corpo non venne mai ritrovato. Tuttavia, numerose prove indiziarie e soprattutto la testimonianza di un compagno di cella portarono gli investigatori a ritenere Mantovani responsabile dell’omicidio. Secondo questa testimonianza, il killer avrebbe addirittura confessato il delitto mostrando il cadavere nel bagagliaio della propria automobile.  
L’assenza del corpo non impedì agli investigatori di inserire il caso nel quadro delle sue attività criminali.  
L’omicidio di Cesarina De Donato
Pochi mesi dopo, il 2 giugno 1997, fu rinvenuto il corpo di Cesarina De Donato, sessantenne proprietaria dell’appartamento affittato da Mantovani.
La scena del crimine colpì profondamente gli investigatori. Il cadavere appariva circondato da bambole e profumi, con elementi che lasciavano pensare a una messa in scena finalizzata a simulare un suicidio. La vittima era stata soffocata e successivamente il corpo era stato parzialmente bruciato.  
L’omicidio mostrava una crescente componente di controllo, manipolazione della scena e simbolismo post-mortem, aspetti frequentemente osservati nei serial killer organizzati.  

Arresto e processo
Dopo una breve latitanza, Mantovani venne arrestato il 28 gennaio 1998 a Clusone, in provincia di Bergamo. Durante gli interrogatori sostenne diverse versioni dei fatti, negando sempre la propria responsabilità.  
Il processo si concluse nel 2001 con la condanna all’ergastolo per gli omicidi di Simona Carnevale e Cesarina De Donato. Mantovani continuò fino alla fine a proclamarsi innocente. Le sentenze furono successivamente confermate in appello e in Cassazione.  
Profilo criminologico
Dal punto di vista criminologico, Mantovani presenta diverse caratteristiche tipiche del serial killer a movente sessuale: forte ostilità verso le donne, incapacità di accettare il rifiuto, escalation della violenza nel tempo, precedenti per aggressioni sessuali, personalità impulsiva e antisociale, tendenza alla manipolazione,assenza di autentico rimorso.  
Molti analisti hanno evidenziato come i suoi omicidi fossero frequentemente preceduti da avances sessuali respinte. Il rifiuto femminile sembrava rappresentare il principale fattore scatenante della violenza omicida.  
Secondo la classificazione del Crime Classification Manual, il suo comportamento può essere ricondotto prevalentemente alla categoria dei serial killer motivati da conflitti personali e da dinamiche di controllo e dominio sulla vittima.  
La morte in carcere
Trasferito nel carcere di Saluzzo, Mantovani tentò senza successo di ottenere la revisione della condanna.
Quando la Corte di Cassazione confermò definitivamente l’ergastolo, il killer comprese che non sarebbe più tornato libero. Il 28 marzo 2003 si suicidò impiccandosi nella propria cella.  

Conclusioni
Il caso di Antonio Mantovani rappresenta uno degli esempi più significativi della cronaca nera italiana contemporanea. La sua storia evidenzia come una lunga carriera criminale, iniziata con aggressioni sessuali e culminata in una serie di omicidi, sia stata accompagnata da ripetuti segnali di pericolosità che non impedirono il suo ritorno in società.
Per criminologi, psicologi forensi e studiosi della devianza, il “Mostro di Milano” costituisce ancora oggi un importante caso di studio sui rapporti tra trauma infantile, violenza sessuale, escalation criminale, valutazione del rischio e recidiva omicidiaria.

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